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Ifín

in origine la lettera P; in seguito una spina o l'uva spina

Qualcosa ideato per uno scopo preciso e poi distolto dalla sua funzione originaria

I glifi oghamici sono mostrati in Unicode, disposti da sinistra a destra. Su una pietra eretta le lettere corrono dal basso verso l'alto lungo lo spigolo, pertanto questa sequenza costituisce una convenzione pratica piuttosto che una resa fedele.

Sound
io in origine /p/; in seguito il dittongo io
Posizione
24
Group
I forfeda
Root meaning
dal latino pinus, pino o spina: da qui il suo nome originario Pín
Medieval tree gloss
uva spina (attribuita dopo che la lettera venne rinominata)
Unicode
U+1698
Tempistica
Superato
Sì / No
Il ruolo è cambiato

Diritto

  • un suono preso a prestito
  • un ruolo riassegnato
  • obsolescenza
  • una spina
  • ciò che era necessario e poi non lo è stato più
  • sostituzione
  • un'importazione

In the rune poems

milsem fedo

il più dolce degli alberi: la stessa espressione attribuita a Coll, a riprova di quanto siano instabili i kenningar dei forfeda

Bríatharogam Morainn mac Moín · Ifín
le lezioni manoscritte per questa lettera sono instabili

non è sopravvissuto alcun secondo kenning attendibile

Bríatharogam Maic ind Óc · Ifín

L'irlandese non aveva la P

È questo il fatto che la lettera nacque per risolvere, ed è una circostanza singolare.

Il *p protoindoeuropeo andò interamente perduto nelle lingue celtiche: scomparve del tutto, senza lasciare alcuna traccia dove prima si trovava. Al latino pater corrisponde l'antico irlandese athair; al latino piscis corrisponde l'irlandese íasc. La consonante iniziale è semplicemente sparita.

L'irlandese primitivo rimase così del tutto privo del fonema /p/, e di conseguenza l'alfabeto di venti lettere non aveva alcun bisogno di una P, né la possedeva. Per scrivere in irlandese, non si trattava affatto di un difetto.

Poi giunse il cristianesimo, e con esso il latino: Patricius, pascha, popul, pennit. Termini contenenti una P, di uso quotidiano e costante, che l'alfabeto non era materialmente in grado di tracciare.

Venne così creata una nuova lettera. Fu chiamata Pín, dal latino pinus (pino, o spina): un nome scelto secondo il principio acrofonico, poiché cominciava con il suono che il segno doveva rappresentare. Una parola presa a prestito per dare un nome a un suono preso a prestito.

E poi venne tolta

Ciò che accadde in seguito costituisce l'episodio più rivelatore nella storia manoscritta dell'Ogham.

I copisti medievali desideravano che i forfeda formassero una quinta aicme ordinata, simmetrica alla quarta: cinque lettere, tutte vocali, a specchio della serie vocalica. I forfeda reali non avevano affatto questa natura, essendo un insieme eterogeneo di consonanti e dittonghi creati ad hoc per esigenze pratiche.

Anziché accettare questa irregolarità, i copisti li riassegnarono. Ébad, che sulle pietre autentiche valeva /k/, divenne ea. E Pín, che esisteva al solo scopo di scrivere la P, venne privata di quel valore, associata al dittongo io e ribattezzata Ifín.

L'alfabeto aveva risolto un problema concreto, per poi annullare quella stessa soluzione in nome della simmetria.

Il che lasciò di nuovo la lingua senza una P. Si dovette pertanto ideare un'ulteriore lettera per sostituire quella appena neutralizzata: Peith, una variante modificata di Beithe, denominata beithe bog, ossia betulla morbida.

Questa sequenza (bisogno, soluzione, riordino formale, ricomparsa del bisogno, seconda soluzione) offre il quadro più limpido di ciò che la tradizione dei manoscritti stesse realmente facendo con questo alfabeto. La simmetria contava più della funzione pratica, poiché ormai nessuno lo impiegava più per scrivere alcunché.

L'uva spina

Dotata di un nuovo nome e di un nuovo valore fonetico, Ifín necessitava di un albero: le fu così assegnata l'uva spina, ispín o forme affini.

La motivazione appare fonetica piuttosto che semantica: Ifín e ispín presentano una somiglianza tale da richiamarsi a vicenda. È un gioco di parole che fa le veci di un'etimologia.

I kenningar risultano di conseguenza instabili. La formula più frequentemente attribuita, milsem fedo (il più dolce degli alberi), è la stessa espressione che i Bríatharogaim assegnano a Coll, il nocciolo. O vi fu uno slittamento nel tempo, oppure un copista colmò una lacuna attingendo a una formula già presente nel sistema.

Questa duplicazione merita attenzione per ciò che rivela sui forfeda in generale. Queste lettere non vantano la triplice tradizione indipendente di kenningar che caratterizza i venti segni originari: le loro formule sono frammentarie, contraddittorie e a volte mutuate da altri contesti, poiché non fecero mai parte del sistema mnemonico per il quale i Bríatharogaim erano stati concepiti.

Nella lettura

Non esiste qui un significato tradizionale consolidato, e chiunque ne proponga uno con sicurezza sta compiendo una ricostruzione a posteriori.

Ciò che la storia della lettera documenta è insolitamente preciso e merita di essere valorizzato: qualcosa ideato per una reale necessità e poi distolto dalla sua funzione originaria. Ifín rappresenta una soluzione efficace, rimossa per motivi che nulla avevano a che fare con la sua utilità e rimpiazzata da una seconda soluzione destinata a compiere esattamente la medesima cosa.

In una stesa questo si traduce in un ruolo ridefinito dall'esigenza d'ordine altrui, o in una persona o un accordo messi da parte benché ancora pienamente operativi. È una dinamica concreta, comune, e nessun'altra lettera dell'alfabeto la descrive.

L'accezione di spina derivata da pinus rimane fruibile come lettura secondaria, così come l'uva spina se si predilige la variante medievale. Entrambe le interpretazioni vanno tuttavia chiaramente contestualizzate.

Questions to sit with

  • Che cosa funzionava ed è stato riassegnato per ragioni del tutto slegate dalla sua efficacia?
  • C'è qualcosa che qui viene riordinato a scapito della sua reale utilità?
  • Hanno eliminato la P per poi doverne inventare un'altra: che cosa stai per disfare di cui avrai nuovamente bisogno?

Domande frequenti

Perché l'irlandese aveva interamente perduto quel suono. Il *p protoindoeuropeo scomparve nelle lingue celtiche (al latino pater corrisponde l'antico irlandese athair, a piscis corrisponde íasc), per cui l'irlandese primitivo non possedeva il fonema /p/ e l'alfabeto di venti lettere non ne aveva alcuna necessità. Con il cristianesimo giunsero però parole latine come Patricius e pascha, che risultava materialmente impossibile scrivere.

Perché i copisti medievali desideravano che i forfeda formassero una quinta aicme ordinata di cinque vocali, a specchio della serie vocalica. Riassegnarono quindi i caratteri: Pín perse il suo valore /p/, ricevette il dittongo io e fu ribattezzata. La simmetria venne anteposta alla funzione pratica.

Si dovette inventare un'ulteriore lettera per sostituire quella appena neutralizzata: Peith, una variante modificata di Beithe chiamata beithe bog, ossia betulla morbida. La sequenza (necessità, soluzione, riordino formale, ricomparsa della necessità, seconda soluzione) mostra la reale logica della tradizione manoscritta, dato che a quell'epoca nessuno usava più l'alfabeto per scrivere alcunché.

A quanto pare per un gioco di parole piuttosto che per una reale etimologia: Ifín e ispín sono abbastanza vicini da richiamarsi a vicenda. I suoi kenningar sono di riflesso instabili, e la formula più spesso attribuita, milsem fedo (il più dolce degli alberi), è la medesima che i Bríatharogaim assegnano a Coll, il nocciolo.

Non è sopravvissuto alcun significato tradizionale consolidato, quindi qualsiasi interpretazione è frutto di una ricostruzione. La storia della lettera supporta tuttavia un senso preciso: qualcosa creato per un reale bisogno e poi distolto da quel compito benché funzionasse ancora. In una stesa indica un ruolo ridefinito dall'esigenza d'ordine altrui, o un accordo funzionante che viene comunque dismesso.